Menagramo d’un menagramo
Anche se domani andiamo a lavorare, siamo sempre qui al tuo fianco per cantare
L’interismo, invece, è un altro discorso. Ho il terrore il tifo sia il mio vero punto debole dal punto di vista sociale, sono uno di quei poverini che si lascia condizionare le giornate dal modo in cui vanno le cose e l’abitudine dello Stadio ha soltanto amplificato il tutto. Per dire, io l’abbonamento da anni lo faccio da solo perché mi vergogno a far vedere alla gente come mi riduce la partita.
Qui dicevo così. Non avevo torto.
Una decina di giorni fa l’Inter e Nike mi hanno invitato a San Siro per partecipare a una sorta di podcast che da qualche settimana organizzano nella lounge durante il pre-partita. Stando alle premesse si sarebbe dovuto parlare di sneakers, con un po’ di stadio e di Fede a fare da contorno, ma si è rapidamente scivolati verso l’interismo (Delle scarpe legate a questo bel panel scriverò qui in maniera più approfondita, prima o poi).
Ad un certo punto Lele Sacchi, host della serata, ha cominciato a parlare di riti pre-partita e mi ha chiesto un po’ a tradimento se fossi superstizioso.
Abbastanza seriamente ho spiegato come la mia non sia superstizione, ma un semplice scarico di responsabilità. Se prima, durante e dopo la partita io faccio quello che devo fare, il destino del mio umore è nelle mani di chi scende in campo – so di aver fatto la mia parte senza contribuire a potenziali cataclismi. Quando gioca l’Inter io ho il mio posto, le mie posizioni, le mie scarpe, le mie calze blu, sempre uno stemma vecchio addosso.
Quando quella domenica pomeriggio seguendo il Milan contro il Sassuolo, ho avuto un mezzo attacco di panico. Se avessero perso avrebbero reso determinante quella partita serale contro il Cagliari che mi era sembrata meno importante del previsto quando avevo accettato l’invito di Nike. Ero pronto a mandare tutto a monte se quello scenario si fosse avverato, pronto a farmi restituire il posto da abbonato che avevo già ceduto, pronto a presentarmi puntuale allo Stadio come al solito per non mettere a rischio quella possibilità.
Alla fine il Milan quella partita con il Sassuolo l’ha pareggiata in maniera rocambolesca, offrendo la possibilità all’Inter di riservarsi due risultati su tre per cucirsi lo scudetto al Derby vincendo contro il Cagliari. Nonostante tutto, vedendo quella partita ero a disagio. Il bel clima del pre-partita e il piacere di poter parlare di cose che mi piacciono sono spariti non appena mi sono seduto al Primo Arancio: non ero al mio posto, non avevo spazio per mettermi come volevo, non avevo le scarpe giuste; per fortuna almeno il vecchio logo e le calze blu erano presenti.
Quella partita con il Cagliari l’abbiamo pareggiata male, dopo essere andati due volte in vantaggio, e un po’ ne ho sentito la responsabilità. L’FC è l’unico ambito della mia vita dove sono attaccato a questo genere di riti e di ritmi, non posso farci niente. Su quella partita con il Cagliari si è palesato un carico aggiuntivo quando mi sono dovuto rassegnare al fatto che non sarei riuscito a entrare allo Stadio per il Derby successivo.
In ballo c’era la possibilità di vincere matematicamente lo Scudetto (il ventesimo) contro il Milan (fermo a diciannove) dentro un Meazza rossonero, con cinque giornate d’anticipo e un distacco netto su chi ci seguiva in classifica. Tante volte Federico Buffa ha elogiato i grandi sceneggiatori dei destini sportivi, e questa è una di quelle situazioni in cui con quella penna ci hanno benedetti con una grande storia.
Il 21 agosto 2021 la stagione di Serie A dell’Inter campione in carica si è aperta con un 4-0 contro il Genoa. Prima di entrare allo Stadio mi sono trovato a discutere scherzosamente con una persona che descriverò così: Milanese dell’Area C, abbronzatura color nocciola fresca di Porto Cervo o Forte dei Marmi, nuova maglia fresca di stampa su cui al posto del nome di un giocatore campeggiava in bianco “Scudetto #20”. Lo scambio di battute è stato abbastanza civile e tranquillo: lui sobrio e sicuro, io un po’ sbronzo e pieno di angoscia che provavo a spiegare quanto fosse sbagliato sfidare la sorte in modo così aperto.
Vinto il diciannovesimo a porte chiuse tutti hanno cominciato a guardare al traguardo della seconda stella, inimmaginabile per me che ho avuto la fortuna di vedere l’Inter vincere tutto, fantascienza per chi mi precedeva. Ho ripensato molte volte a quel tizio e a cosa avrei voluto dirgli, in maniera decisamente meno civile: dopo il Derby perso a febbraio, dopo lo 0-2 in casa con il Sassuolo, dopo quel tragico recupero con il Bologna e, soprattutto, bloccato in aeroporto a Brindisi la mattina del 22 maggio, mentre trovavo un modo per tornare a Milano e andare a vedere la stagione chiudersi contro l’altra genovese, la Samp, conscio di andare a farselo scucire dal Milan per un punto, dopo aver lasciato per strada più punti del dovuto.
Alla fine a quell’Inter-Samp sono arrivato in tempo, ho visto un inutile 3-0, ho pianto mentre tornavo alla macchina con i milanisti che cominciavano già a festeggiare attorno alla Sud e dopo poche settimane ho rifatto l’abbonamento, sono tornato al mio posto allo Stadio, con le scarpe giuste e le calze blu pronto a farmi trascinare nel gorgo della grande stagione del Napoli, nel percorso in Champions fino a Istanbul e nei cinque Derby in stagione, nella speranza che non fosse il Milan a mettersi quella seconda stella sopra il crest prima di noi. Sempre pensando a quel tizio e alla sua maglia del cazzo prima di Inter-Genoa.
Ieri sera non sono potuto entrare allo Stadio. Mi sono visto il primo tempo sul telefono al Baretto calmando i nervi con la birra e buona parte del secondo tempo in un Pub del centro con un amico. Nel mezzo sono riuscito a distrarmi ascoltando Repice raccontare il gol di Thuram e mi sono ribaltato inciampando in una catena in Piazza San Sepolcro, sono proprio andato giù secco come quando legano i piedi a qualcuno nei cartoni animati.
Stanotte mentre giravo per il centro ho visto un signore che avrà avuto l’età di mio padre, con la giacca e sopra una nuova maglia fresca di stampa su cui al posto del nome di un giocatore campeggiava in bianco “Scudetto #20”, con ancora l’etichetta attaccata e nessun presagio di sventura. Ho ripensato a quel tizio abbronzato e per un secondo ho invidiato il suo approccio senza patemi all’interismo, ma poi ho pensato subito che se non la vivessi così male mi divertirei la metà.
Poteva anche andare peggio, avrei potuto essere del Milan.
W l’FC, W noi.