Gianni!
Questione di ottimismo, Street Culture e tutto il resto.
Dato che le cose sono andate particolarmente bene con le uscite di queste ultime settimane, proviamo a metterci in scia come i grandi inseguitori di un tempo e continuiamo a parlare di ‘zine, pubblicazioni indipendenti e argomenti interessanti.
Breve aggiornamento sulla questione NNT cartaceo a.k.a. VOL. 1 – NEON TALES: le prime venticinque copie che ho stampato sono andate via sorprendentemente in fretta, non solo in Italia ma anche all’estero. Per questo vi ringrazio infinitamente, è sempre bello sorprendersi quando le cose vanno meglio del previsto. A meno di tre giorni dalle dichiarazioni iniziali ho scelto di fare una piccola ristampa, prima di tutto perché sono un debole e anelo la vostra devozione ma anche perché vi voglio bene. Quindi altre dieci copie extra, con le copertine in ordine diverso per distinguerle (i professionisti la chiamerebbero una variant, pensa te) e poi basta per davvero finché magari tra un anno non decido di mettere tutto online e buonanotte al secchio. Anche questa seconda stampa è già volata via, sono senza parole.
Mettiamo ora da parte l’autoreferenzialità dei miei post e torniamo all’argomento principale.
Durante l’ultima PFW l’amico Amadeus Thuener ha pubblicato un libricino, un tempo si sarebbe detto un pamphlet tra noi colti aristocratici, a tema sneakers/streetwear/cose belle intitolato “WHY STREET CULTURE WON” e leggendone sui suoi social mi sono subito incuriosito.
Amadeus è tedesco, è un grande appassionato e collezionista della già citata categoria sneakers/streetwear/cose belle, per più o meno sette anni ha condotto un podcast sulle scarpe (tre uomini dietro una scrivania, great minds etc. etc.), non ci siamo mai incontrati nella vita vera ma abbiamo molti amici in comune che mi hanno sempre garantito fosse una persona sveglia e piena di opinioni interessanti.
Insomma, abbastanza per provare a chiedergli di spedirmi una copia di Why Street Culture Won, dato che quest’anno sono stato salvato dall’infame caldo unto della moda parigina.
Mettiamo subito le cose in chiaro: vi consiglio vivamente di recuperare ciò che ha scritto e leggervelo. È tutto online (trovate link vari e box dedicati qua attorno), è in inglese ed è scritto con un linguaggio molto dettagliato ma non tecnico al punto da essere respingente. Quindi non avete scuse, mi raccomando.
Da feticista del supporto fisico – argomento che prima o poi toccherà trattare con il giusto grado di attenzione e approfondimento – ho aspettato di avere la mia copia tra le mani per leggermi tutto, finendo per rimuginare sui pochi dettagli che avevo a disposizione per una decina di giorni fabbricandomi una lunga serie di idee pronte a essere disattese.
Come ho avuto modo di raccontare ad Ama quando gli ho chiesto il permesso di poter “presentare” qui il suo lavoro, inizialmente mi sono fatto molto condizionare dal titolo. Nonostante fossi molto interessato al suo parere avevo sotto sotto il terrore si trattasse di un nuovo punto di vista forzatamente ottimista della questione che, dato il mio momento di generale risentimento, avrei probabilmente faticato a condividere. Non c’è niente da festeggiare, insomma.
Per fortuna ho combattuto l’istinto che mi trascinava verso la superficialità e devo dire ne è valsa la pena.
Questo è il punto in cui vi dico che sarebbe il caso di leggervi Why Street Culture Won prima di continuare, perché altrimenti quanto segue non ha molto senso
Il discorso di Amadeus si conclude dicendo “la Street Culture non ha vinto perché i suoi prodotti sono diventati mainstream, ha vinto perché lo sono diventate le sue idee”. Molto più di una frase ad effetto un po’ gratuita, è il fulcro di tutta la sua argomentazione.
In cuor mio non sono sicuro mi basti l’idea che alla fine questi ultimi venticinque anni di trend cavalcati e accantonati siano valsi qualcosa perché sui lunghi tavoli di qualche board meeting ci sono le nostre cose. Anzi, sempre perché in un periodo vagamente condizionato dal mio risentimento diffuso, mi sta un po’ sul cazzo come concetto.
Da un certo punto di vista è vero che finito il processo digestivo del grande mostro industriale qualcosa abbia attecchito, qualche idea legata alla Street Culture sia rimasta nei grandi meccanismi che governano il mercato.
Probabilmente è peccato di superbia, o per lo meno una pacca sulla spalla che abbiamo lungamente atteso e di cui in tanti speravamo di poterci accontentare. Serve però consapevolezza nel dire che – come in tutti gli altri casi in cui si discute di grandi fondi e grandi interessi piovuti dal cielo in contesti sottoculturali – ha pensato di poter cavalcare come in un rodeo le dinamiche del mercato per poter attrarre soldi e visibilità per le proprie cose lasciando il contesto culturale non intaccato e ha fallito in questo scopo.
Vogliamo dirci che tutto è iniziato in buona fede? Prontissimo a farlo, però tocca accettare che in tutta risposta abbiamo visto esperienze e cultura trattati come fossero un prodotto e in tanti ne abbiamo accettato pro e contro.
Le aziende si sono rese conto molto più rapidamente di noi di come la cultura non fosse un aspetto scalabile a livello commerciale, per renderla interessante a un pubblico vasto abbastanza da attirare investimenti toccava diluirla, semplificarla, renderla commestibile senza particolari sforzi.
Con la Street Culture penso non si dovrebbe parlare di valore percepito quanto di valore attribuito, perché come in tutti gli altri contesti sottoculturali ad essere fondamentale sono i motivi per cui noi reputiamo importanti oggetti, storie o persone.
Questo processo di valorizzazione non segue però i tempi del mercato, che ha scelto invece di rendere tutto esplicito da un lato e insipido dall’altro. “Questa cosa è figa perché lo dico io, prendere o lasciare”.
Questo “ingresso facilitato” ha reso un contesto con regole e linguaggi complessi accessibile a un pubblico vuoto, addestrato a inseguire la sovraesposizione al posto della sostanza. Un meccanismo veloce e fagocitante che nel corso degli anni abbiamo visto applicato forzatamente a ogni cosa malauguratamente finita in trend, da certo cinema alle carte collezionabili, passando per prodotti al confronto quasi banali come le scarpe da ginnastic
A un certo punto, nel capitolo “How Street Culture became the blueprint for Modern Culture” Amadeus sottolinea come “la moda ha preso l’abitudine di annunciare ogni tot anni la morte di qualcosa. A volte si tratta di una silhouette. A volte di una tendenza. A volte di un intero movimento culturale. Lo streetwear è diventato uno degli ultimi soggetti di questo ciclo. La tesi è ben nota.”. Questo passaggio è secondo me molto importante per spiegare come il mercato abbia imposto una ciclicità forzata dei trend e delle mode per assecondare il crollo della soglia dell’attenzione del pubblico e instillare un orrendo senso di urgenza nelle persone. Ti interessa questa cosa e vuoi sentirti figo? Ora o mai più, perché tra poco sembrerai un babbo e nessuno vuole sembrare un babbo.
È una dinamica tanto orrenda quanto conosciuta e messa così sembra pure peggio, però è un concetto che aiuta a capire ancora meglio come mai l’industria abbia scelto degli elementi comodi da far percepire come “riconducibili alla street culture” come hype, scarsità e senso di appartenenza attraverso gli oggetti rigettando invece tutto ciò che richiedeva tempo e capacità di comprensione.
Osservando le dinamiche della Street Culture le aziende hanno inizialmente pensato che, replicando pedissequamente certe dinamiche, anche loro sarebbero riusciti a tavolino a tracciare anche per i loro prodotti una strada per la rilevanza culturale. Ovviamente non ha funzionato con i nostri metodi, portandoli a scegliere metodi più facili ed accessibili una volta trovate sotto la superficie tutte quelle dinamiche complesse e impossibili da tradurre commercialmente.
Grazie al cazzo, direte voi leggendomi scrivere l’ennesima banalità. Penso però sia un discorso molto difficile da affrontare per chi è in qualche modo sentimentalmente coinvolto e ancor più difficile da approfondire in modo razionale.
L’aspetto che mi ha più affascinato della Street Culture è il senso di appartenenza, la volontà di accettare un set di regole comuni per poter essere parte di una comunità. Fa quasi ridere parlarne oggi, in un momento in cui pare che i rapporti parasociali siano la peggior disgrazia dei nostri tempi.
Per molto tempo ho voluto credere che una cultura valesse tanto quanto l’impegno che i suoi esponenti sono disposti a profondere per difenderla. Detta così pare una cosa da terroristi, è chiaramente una visione utopica da ragazzino un po’ invasato, figlia del meraviglioso fermento degli ultimi anni ’90 e dei primi ’00 che ho fortunatamente sfiorato prima che crollasse tutto.
A questo punto sarebbe facile pensare che “Why Street Culture won” non mi sia piaciuto, che non ci abbia trovato nulla di condivisibile. Penso invece che Amadeus abbia trovato una chiave di lettura interessante, complessa e sensata, a cui in autonomia non sarei mai arrivato a causa delle mie incazzature e dei miei preconcetti.
La sua è una critica lucida della situazione passata, presente e futura, senza polemica gratuita. Gli argomenti proposti possono essere più o meno condivisibili, ma sono prima di tutto comprensibili creando un prezioso innesco per una conversazione mai così necessaria. É senza dubbio un punto di vista interessante che vale la pena leggere e provare a capire, anche se si richi
Resto del parere che non ci sia molto di cui esultare se frammenti della nostra Cultura sono diventati parte integrante delle dinamiche dell’industria, ma è impossibile non riconoscerne l’importanza e l’impatto.
Sforzandomi di ragionare a mente fresca ed evitando di concentrarmi sulle cose che non mi piacciono, finisco sempre per tornare a quel concetto di valore percepito/valore attribuito che ho provato a spiegare qualche pagina fa; se per me una cosa è importante resterà importante, indipendentemente dalla sua sovraesposizione, dal desiderio che può suscitare a gente incapace di essere genuinamente interessata o dalla sua posizione nel mercato.
Una chiusura un po’ all’acqua di rose? Può essere, ma non sono sicuro di aver più voglia di rodermi il fegato. Meglio concentrarsi sulle cose belle.
“The organisations that thrive in the future may not be those that identify every trend first. They may be the ones that understand people most deeply. The ones that recognise that relevance emerges through participation rather than visibility, that communities are built rather than acquired, and that meaning often matters more than attention.”




Appreciate your time and deepdive A LOT, and love how the thoughts I had and transformed into this culture essay, translate into your thoughts. Appreciate your take! 🙏